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Categoria: PRESS

Dopo essere stata preannunciata per molto tempo, la voluntary disclosure è stata approvata nella sua seconda versione con il DL 193/2016. Si è quindi riaperta la possibilità per chiunque detiene in Paesi esteri attività finanziarie, beni o denaro non dichiarati al Fisco italiano, di regolarizzare tale posizione pagando sanzioni in misura sensibilmente ridotta. Si tratta di una proroga rispetto alla precedente versione, ma con delle modifiche, tra cui la più importante è sicuramente l’autoliquidazione delle somme dovute dal contribuente. Il Fisco stavolta, mosso probabilmente anche dall’esigenza di anticipare gettito per il 2017, si è sollevato dall’onere di dover effettuare i conteggi delle imposte dovute in base alla presentazione delle istanze – operazione per nulla semplice, che richiede complessi conteggi e delicate valutazioni – adottando un metodo di riduzione delle sanzioni commisurato a chi materialmente provvede ad effettuare il calcolo. Se è il contribuente ad effettuare i conteggi, le sanzioni saranno più basse: quella da quadro RW sarà pari al 50% del minimo, mentre la riduzione delle sanzioni su imposte sarà pari al 25%. Se invece i calcoli li fa l’Agenzia, si avranno sanzioni da RW pari al 60%, mentre la riduzione delle sanzioni su imposte scende al 15%. Attenzione però a non commettere errori, perché se si sbaglia in misura superiore al 10% degli importi dovuti si applicherà un’ulteriore sanzione variabile dal 3 al 10%. L’istanza può essere presentata a partire dal 24/10/2016 fino al 31/07/2017 - con possibilità di presentare integrazioni, documenti ed altre informazioni entro il 30/09/2017 - e consente di sanare le violazioni commesse fino al 30/09/2016, dando quindi la possibilità di regolarizzare le annualità 2014 e 2015, escluse dalla precedente VD. Per espressa disposizione di legge non potrà aderire alla VD bis chi abbia già aderito alla precedente versione. La nuova versione della VD si inserisce in un periodo caratterizzato dalla progressiva caduta del segreto bancario e dal diffondersi degli accordi per lo scambio d’informazioni, i c.d. Tax Information Exchange Agreement (TIEA), nei confronti di Paesi divenuti collaborativi (oltre a Svizzera, Liecthtenstein, Monaco e Singapore si sono aggiunti nell’ultimo anno Hong Kong, Isole Cayman, Gibilterra, Isola di Man, Isole Cook, Isola di Jersey e Andorra). Per tali motivi la VD bis potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per regolarizzare le attività detenute all’estero, ed è sicuramente un’opportunità da cogliere per chi per qualunque motivo non abbia regolarizzato con la precedente versione. Se ci si trova in situazioni “a rischio” - specialmente se gli investimenti si trovano in paesi c.d. “black list” - è quanto mai opportuno rivolgersi ad un professionista qualificato per valutare la possibilità di liberare ad un costo contenuto risorse che sono comunque destinate ad essere scoperte dal Fisco italiano, con conseguenze ben più pesanti in termini di sanzioni. - di Daniele Cherubini
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Sempre più spesso in questo periodo di crisi il dipendente rimane “vittima” del suo datore di lavoro (sostituto d’imposta) che trattiene in busta paga le ritenute fiscali ma poi non le versa all’Erario. Può il Fisco richiedere al dipendente (soggetto sostituito) di pagare per la seconda volta le imposte già versate al datore di lavoro infedele? La risposta purtroppo è si. Tali riprese sono state considerate pienamente legittime dalla giurisprudenza maggioritaria con il costante avallo della Cassazione. Il dipendente rimane pertanto, al pari del datore di lavoro, sottoposto al potere di accertamento e a tutti i correlati oneri, fermo restando il suo diritto di regresso verso l’azienda che abbia omesso di versare gli importi trattenuti. Tale diritto si rivela quasi sempre inutile visto che il mancato versamento delle ritenute rappresenta di solito uno dei primi segnali del successivo acclarato stato di insolvenza del datore di lavoro. Ciò provoca inevitabilmente una indebita doppia tassazione in capo al dipendente ogniqualvolta egli non riesca ad agire efficacemente in regresso verso il proprio datore. In questi casi il consiglio che si può dare è comunque quello di fare ricorso contro l’atto di accertamento. Infatti contrariamente all’orientamento giurisprudenziale maggioritario avallato dalla Suprema Corte, diverse commissioni tributarie di merito hanno recentemente affermato che, una volta acquisita la prova che le ritenute d’acconto siano state effettivamente operate, che il sostituito abbia ricevuto il proprio compenso al netto delle ritenute e che il sostituto abbia effettivamente acquisito la provvista necessaria a far fronte all’obbligo di versamento, il datore di lavoro.In sede di impugnazione delle riprese in esame, va inoltre segnalata l’opportunità di proporre comunque, in via subordinata, la richiesta di disapplicazione delle sanzioni amministrative tributarie, stante l’assoluto difetto di colpevolezza in capo al sostituito, come espressamente riconosciuto da altre recenti sentenze di merito. - di Andrea Barbieri
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LO, mentre altre ne hanno una più alta? La risposta sta appunto nella “struttura dei costi”. L’impresa, per svolgere la propria attività, sostiene naturalmente dei costi che – semplificando – possono essere suddivisi in fissi e variabili. I costi fissi sono quelli che non variano rispetto al numero di beni prodotti, di merci vendute o di servizi erogati (ad es. l’affitto dell’immobile). I costi variabili, invece, sono quelli che variano in proporzione ai suddetti beni, merci o servizi (ad es. le materie prime e la manodopera). Il significato della LO sta nel diverso peso dei costi fissi rispetto ai costi complessivamente sostenuti. Un’impresa con elevata incidenza di costi fissi (ad es. settore energetico, trasporti) avrà una LO molto più alta rispetto ad una che presenta invece un’alta incidenza di costi variabili (ad. es. commercio, servizi). Questo implica che il punto di pareggio sarà più difficile da raggiungere ma, una volta superato, l’impresa beneficerà di un effetto moltiplicatore molto forte, per cui il profitto crescerà più velocemente al crescere del fatturato, e ciò in quanto i costi variabili sono bassi. In conclusione, a parità di variazione percentuale delle vendite, una LO elevata darà luogo ad una variazione dell’EBIT maggiore di quella che si avrebbe con una LO bassa. Il rovescio della medaglia è che in caso di condizioni avverse, più alta è la LO e maggiore sarà l’impatto negativo sull’EBIT. La LO, strettamente legata all’incidenza dei costi fissi, fornisce pertanto preziose informazioni in merito alla rischiosità dell’impresa, con la quale si pone, naturalmente, in rapporto di proporzionalità diretta.
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Dal 2017 le SRL e le SPA subiranno una tassazione IRES (imposta sul reddito delle società) del 24% anziché del 27,5% (aliquota vigente per i periodi d’imposta iniziati prima del 31/12/2016). Gli utili conseguiti da tali soggetti giuridici subiranno poi una ulteriore tassazione in capo ai soci nel momento in cui essi entreranno nella loro sfera patrimoniale. Ciò normalmente avviene in occasione della distribuzione dei dividendi al socio o quando costui vende la partecipazione detenuta nella società ad altri soggetti. In tali circostanze il testo unico delle imposte sui redditi prevede che una quota parte dei redditi distribuiti o della plusvalenza realizzata in capo al socio subisca un’ulteriore tassazione oltre a quella già subita dalla società. Il meccanismo della ulteriore tassazione in capo al socio persona fisica è diverso a seconda della entità della partecipazione detenuta (ci limitiamo ad analizzare le sole partecipazioni non negoziate in mercati regolamentati). Partecipazioni con diritto di voto nell’assemblea ordinaria fino al 20% (c.d. partecipazioni non qualificate) Il dividendo percepito o la plusvalenza realizzata subirà una ritenuta a titolo d’imposta pari al 26%. L’ammontare così tassato non confluirà nella dichiarazione dei redditi del socio. Tale tipo di tassazione rimarrà invariata anche dopo l’abbassamento dell’aliquota IRES. Partecipazioni con diritto di voto nell’assemblea ordinaria superiore al 20% (c.d. partecipazioni qualificate) Il dividendo percepito o la plusvalenza realizzata dal socio dovrà confluire nella sua dichiarazione dei redditi personale in misura pari al 49,72% dell’ammontare conseguito. Tale quota di utile verrà sommata agli altri redditi personali per il calcolo dell’IRPEF (imposta sul reddito delle persone fisiche) da versare. La legge che ha abbasto l’aliquota IRES prevede altresì l’emanazione di un decreto per innalzare la quota imponibile di tutti gli utili formati dal 01/01/2017 e di tutte le plusvalenze realizzate a decorrere dal primo gennaio 2018 (presumibilmente passerà dal 49,72% al 58,14%). L’incremento della quota di plusvalenza tassabile andrà a colpire tutte le cessioni di quote qualificate realizzate dal prossimo anno. Ciò ci induce a consigliare di prendere in seria considerazione l’opportunità di avvalersi della normativa (prorogata fino al 30 giugno 2017) che consente di rivalutare, a pagamento, il costo della partecipazione detenuta, minimizzando o azzerando l’ammontare della plusvalenza da assoggettare a tassazione. - di Andrea Barbieri
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Sono passati i tempi in cui con trepidazione aspettavamo il postino per sapere se il nostro amato aveva risposto alla nostra lettera o per scoprire se i nostri amici si erano ricordati di noi spedendoci la sempre gradita cartolina illustrata delle loro vacanze. Ai tempi di Whatsapp e Facebook le comunicazioni ci arrivano direttamente in tasca. Quindi oggi c’è da sperare che la cassetta della posta contenga solo lo stampato del supermercato e che esso non ci nasconda quelle simpaticissime buste di colore verde segno che a ricordarsi di noi sono stati i Vigili Urbani o la Polizia Stradale. Oppure, peggio ancora, si tratta di un avviso di accertamento notificatoci dall’Agenzia delle Entrate. Cosa fare? Il ricorso in Commissione Tributaria L’atto ricevuto può essere impugnato attraverso il ricorso alla Commissione Tributaria provinciale introducendo così il processo tributario. Trattasi di un procedimento giurisdizionale speciale che non coinvolge la giustizia ordinaria, se non all’ultimo grado di giudizio, ma i tempi di definizione della controversia sono inevitabilmente lunghi. Inoltre per importi accertati superiori ad Euro 2.582,28 è obbligatoria l’assistenza di un professionista abilitato che inevitabilmente comporta un costo. E’ bene ricordare che per tutte le vertenze di valore non superiore ai 20.000 Euro è divenuta obbligatoria la proposizione del reclamo/mediazione. Molto spesso l’incertezza dell’esito della controversia e i costi spesso elevati spingono il contribuente a cercare un accordo con l’Ufficio sperando in soluzioni economicamente più vantaggiose, immediate e snelle. Gli strumenti di definizione bonaria alternativi al ricorso Presentano un certo grado di complessità, risultando così non facilmente decifrabili da chi non abbia una certa familiarità con la materia. Acquiescenza E' rivolta a tutti i contribuenti che ricevono avvisi di accertamento fondati su dati e valutazioni difficilmente contrastabili. La scelta di questo strumento comporta la rinuncia a presentare sia l’istanza di accertamento con adesione che il ricorso. Si chiude la lite con l’Amministrazione Finanziaria e si ottiene la riduzione a 1/3 delle sanzioni amministrative, la diminuzione fino a 1/3 di quelle penali e la non applicabilità delle pene accessorie. Le somme, così ridotte, dovranno essere pagate entro 60 giorni dalla notifica. Accertamento con adesione Consente ai contribuenti di raggiungere un accordo diretto con l’Ufficio attraverso un contraddittorio. Definire un’intesa con l’Ufficio apre la strada alla possibilità di rettificare a favore del contribuente l’accertamento iniziale e ridurre le sanzioni fino a 1/3 del minimo. E’ sufficiente presentare una richiesta in carta libera. Il contribuente deve effettuare il pagamento delle somme entro 20 giorni dalla redazione dell’atto di adesione. Conciliazione giudiziale E' un mezzo utilizzabile per chiudere un contenzioso aperto con il fisco per le quali si è già messo in moto il ricorso, ma non si è andati oltre la prima udienza. Permette di usufruire di una riduzione delle sanzioni amministrative che saranno dovute nella misura del 40% delle sanzioni irrogabili. Autotutela E' utilizzabile dall’Amministrazione qualora ammetta di aver commesso un errore andando ad annullare o correggere il proprio operato senza attendere l’intervento di un giudice. Tutti gli strumenti analizzati, tranne l’autotutela, permettono il pagamento delle somme dovute, in unica soluzione o in massimo 8 rate trimestrali (12 rate se la somma supera Euro 51.645,69).
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